Le molte facce della Camorra

C’è chi avrà pensato che la camorra “camorra” è solo quella che si vede nelle fiction. Quella verosimile – ma tanto, troppo, romanzata – in cui il camorrista ha un’aura da eroe che lo fa finire pure sulle felpe dei ragazzi. Ma la camorra è altro e lo sa bene chi abita in certi luoghi. La camorra, quella vera, è brutta anche quando non solo ammazza ma si mischia con la politica e l’imprenditoria.

Per accorgersene, basta ricostruire i fatti degli ultimi giorni.

È l’alba del 24 maggio quando i carabinieri del Ros, su mandato della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, eseguono cinque ordinanza di custodia cautelare per concorso esterno in associazione mafiosa, minaccia, riciclaggio, falsità materiale e ideologica commessa da pubblico ufficiale. Tutti reati aggravati dalle finalità mafiose. Fra gli arrestati, spiccano i nomi degli imprenditori Aniello e Raffaele Cesaro, fratelli di Luigi, deputato di Forza Italia ed eurodeputato con un passato da presidente della Provincia di Napoli, conosciuto come Giggino ‘a purpetta.

Al centro delle indagini del Ros avviate nel 2015, ci sono le infiltrazioni del clan Polverino, cosca egemone nell’area nord occidentale napoletana, nella realizzazione del Pip (il piano di insediamento produttivo) del comune di Marano. Dalle indagini dell’Arma risulterebbe “documentato il patto stretto fra il clan e i fratelli Cesaro, funzionale a garantirsi l’aggiudicazione dell’appalto attraverso le intimidazioni mafiose e il reimpiego delle risorse economiche provenienti dai traffici illeciti del clan”.

Un patto con il quale, secondo la Procura, i Cesaro avrebbero imposto varianti e nomine e avrebbero intimidito i proprietari dei terreni. Non solo. Sempre in virtù di quel patto, si sarebbe predisposto – grazie a dei professionisti – atti e certificazioni false anche per ottenere il collaudo tecnico amministrativo provvisorio delle opere. Per farlo i Cesaro avrebbero fatto pressione su pubblici funzionari per costringerli ad attestare falsamente la conformità dei lavori. Un potere intimidatorio attuato in ogni fase dell’iter amministrativo-procedurale nella realizzazione del Pip; una serie di inadempienze tale da determinare nel dicembre 2016 il sequestro delle opere di urbanizzazione “perché  – si legge nelle carte – si era ravvisato un pericolo per l’incolumità pubblica dovuto al mancato collaudo e alla pessima esecuzione delle opere della rete fognaria, idrica ed elettrica a causa dell’utilizzo di materiali difformi ed inferiore di qualità rispetto a quelli previsti”.

Nunzio Fragliasso, procuratore facente funzioni di Napoli, durante la conferenza stampa è stato netto: “La scelta del clan è stata quella di affidarsi a imprenditori non organici ma che potevano avere entrature, contiguità e agganci con la politica, che a sua volta poteva agevolare l’aggiudicazione e la realizzazione dell’appalto, come puntualmente è avvenuto”.

Ma l’accordo fra i fratelli Cesaro e il clan Polverino non si doveva solo occupare di appalti o di riciclaggio. I termini dell’accordo prevedevano anche l’interesse nei confronti della politica, quella dei comuni.

A sostenerlo è il pentito Ferdinando Puca, uomo dell’omonimo clan dominante nel feudo politico-imprenditoriale dei Cesaro, che durante un interrogatorio del marzo 2016 tira in ballo proprio Giggino ‘a Purpetta: “Nel 2011/2012 fui convocato a casa di Luigi Cesaro che mi chiese, ovviamente come esponente del clan Puca, di appoggiare la campagna elettorale di una persona che loro portavano come sindaco, tale Cristoforo. Luigi Cesaro in quell’occasione mi diede 10 mila euro e mi disse specificatamente come dovevo fare per manipolare la campagna elettorale. Mi disse che dovevo comprare le schede elettorali”.

Puca non è nuovo del mestiere: agli inquirenti racconta di aver fatto già la stessa cosa nel 2003/2004 per il cugino Pasquale Puca.

Oltre all’acquisto delle schede, a Puca viene affidato il compito di verificare il giorno delle elezioni “la corrispondenza tra i votanti da noi pagati (50 euro a testa più 10 per i galoppini, riferisce, ndr) ed i voti effettivamente presi”. Cosa che, ha aggiunto il collaboratore, facevano anche i Cesaro visto che “avevano persone loro direttamente nei seggi”. E poi precisa: “Siccome la campagna elettorale andò bene in quanto il soggetto fu eletto, Antimo e Luigi Cesaro mi ricompensarono dandomi 35 mila euro che io divisi con Pasquale Verde, ‘o cecato. Per altro i Cesaro sempre in forza dello stretto legame camorristico ed imprenditoriale che hanno con il clan Puca versano a Teresa Puca, figlia di Pasquale, 10 mila euro al mese”.

Anche l’ex boss dei Casalesi Antonio Iovine, collaboratore da tre anni, è stato interrogato dai magistrati della Dda di Napoli Mariella Di Mauro e Giuseppe Visone, coordinati dall’aggiunto Giuseppe Borrelli. Lo hanno ascoltato perché “per il suo passato criminale, è un profondo conoscitore degli equilibri esistenti tra le varie fazioni” oltre che rivestire un ruolo di rilievo che “gli ha consentito di chiarire allarmanti dinamiche relative ai rapporti tra politica, amministratori pubblici e camorra”.

“Di Cesaro – spiega Iovine – avevo già sentito parlare in una riunione tra me, Michele Zagaria e Nicola Panaro nel 2005 o 2006. In quella sede Panaro ci informò che Cesaro aveva interesse nella realizzazione di un affare ad Aversa indicato come Texas (la riconversione dell’area industriale dell’ex stabilimento Texas Instrument di Aversa, ndr), e ci chiese se avevamo il modo di avvicinarlo. Zagaria, per nulla meravigliato di quella richiesta, si assunse l’impegno di farlo. Zagaria aveva ottimi rapporti con la famiglia Verde di Sant’Antimo”.

Queste le vicende dei tre fratelli Cesaro e i presunti intrecci fra camorra, appalti e politica.

Poi però c’è anche l’altro volto dei clan, quello violento.

Non è che la camorra non lasciasse più morti a terra, ma era molto che non ne faceva così tanti in due giorni.

In meno di 48 ore, sono state ammazzate sei persone in quattro episodi che sembrerebbero non collegati fra loro.

La prima vittima è Salvatore Caputo, 72enne di Afragola. Caputo è stato ucciso il 25 maggio con 10 colpi di pistola andati a segno sui 12 sparati. L’uomo era considerato vicino al clan Moccia. Le indagini sono in corso, ma le piste più accreditate parlano di una esecuzione come inizio di una nuova faida di camorra, oppure portano agli appalti dell’alta velocità.

Poi è stato il turno di Vincenzo ed Emanuele Staterini, padre e figlio di 50 e 30 anni, uccisi in un agguato in un bar tabacchi di Giugliano. Per gli investigatori il duplice omicidio porterebbe al Rione Sanità, visto che le vittime erano imparentate con un esponente di spicco del clan Vastarella.

La quarta vittima è il ventinovenne Carmine Picale di San Giorgio a Cremano. Sabato 27, all’alba, i killer lo uccidono in un pub di via Riviera a Chiaia, di fronte alla villa comunale. Picale era già noto alle forze dell’ordine per precedenti per la detenzione di armi e la ricettazione.

A Miano, sempre il 27, vengono uccisi altre due persone. Entrambi si chiamavano Carlo Nappello, di 44 e 23 anni, ed erano zio e nipote. Secondo le prime informazioni, i due sarebbero stati legati all’omonimo gruppo criminale vicino al clan Lorusso. Zio e nipote, che viaggiavano a bordo di uno scooter, sono stati raggiunti da una ventina di colpi d’arma da fuoco.

Una situazione che ricorda la Napoli di Cutolo negli Anni Ottanta. Che si tratti di equilibri fra clan da ristabilire o di nuovi equilibri fra cosche al momento risulta difficile da dire anche per il procuratore Giuseppe Borrelli. Ma di diverso dagli anni di Cutolo c’è intanto la reazione delle persone. Perché accanto a quelli che continuano a “non vedere” perché proprio in quel momento si sono distratti o si sono allontanati, c’è chi vuole dimostrare che Napoli e provincia non è solo fatta di spari o quella vista in tv. Ecco perché venerdì a Giugliano, nello stesso bar tabacchi dove sono morti gli Staterini, c’è stato il flash mob “caffè di solidarietà” a cui hanno partecipato i ragazzi del presidio di Libera di Giugliano ma anche commercianti, studenti e cittadini.

Forse, involontariamente, questa scia di sangue ha fatto comodo ai fratelli Cesaro, perché il clamore mediatico per il loro presunto coinvolgimento con i clan è stato superato dal timore di una nuova guerra di camorra che spaventa, ovviamente, i cittadini più della collusione fra mafia e politica. Probabilmente è arrivato il momento che la parte sana della città si riprenda quello che la parte marcia le ha tolto, ricordandosi e ricordando che è sì vero che davanti ai morti c’è poco da commentare, ma che questi morti iniziano a morire mentre alcuni si spartiscono soldi e affari con la complicità, a volte, di soggetti insospettabili.

Donatella D’Acapito

28 maggio 2017

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *