Caso Alpi-Hrovatin, si può fare di più!

ilaria alpi Il caso Alpi-Hrovatin, a ventidue anni dall’agguato in cui Ilaria e Miran  furono uccisi, è giunto ad un bivio. O si afferra ora il bandolo della matassa di misteri e depistaggi, oppure la ricerca della verità rischia di essere compromessa per sempre. Non deve cadere nel vuoto l’appello lanciato da Luciana Riccardi Alpi il 20 giugno scorso in una intervista al TG3. “Voglio sapere – ha detto con forza la signora Luciana – chi ha costruito false piste, chi ha lavorato per allontanare ogni possibilità di individuare quanti hanno ordinato il duplice omicidio di Mogadiscio”. Il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Giuseppe Giulietti e l’Associazione Articolo21 hanno più volte ribadito che, costi quel che costi, devono essere battute tutte le strade per arrivare alla verità e alla giustizia, seguendo fino in fondo le piste dei traffici illeciti e delle eventuali coperture politiche, italiane e non.
Quelle strade, quelle piste, che otto anni fa il giudice delle indagini preliminari di Roma Emanuele Cersosimo indicava come le più probabili per l’individuazione di mandanti e moventi dell’agguato di Mogadiscio. La seconda clamorosa ritrattazione delle accuse fatta da Ahmed Ali Rage detto “Gelle”- stavolta davanti alle telecamere- e la scarcerazione per buona condotta di Hashi Omar Hassan – che per quelle accuse ha scontato 16 anni di galera!! – ricordano a tutti cosa sono state le inchieste di questi anni. Sì, le inchieste. Perché quelle giudiziarie sono state più di una.
E perché, poi, c’è anche l’inchiesta parlamentare. In queste inchieste, insieme a tanto impegno leale nella ricerca di colpevoli e moventi, compaiono atti, passaggi, che lasciano esterrefatti; scelte o “buchi nell’acqua” che devono essere spiegati. Un esempio? Proprio il fatto che Gelle probabilmente si poteva trovarlo già dieci anni fa quando ritrattò per la prima volta le accuse contro Hashi , e proprio lì dove la trasmissione di Rai3 “Chi l’ha visto?” lo ha rintracciato.
Al Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone – che, con la pm cui ha delegato l’inchiesta, ha avviato nuove indagini -non tocca un compito facile. Ancora una volta molti muri d
a abbattere. Molto vecchi e alti. Ahmed Ali Rage, ritrattando, ha ribadito che per fargli dire menzogne gli avevano promesso soldi e un visto per l’Italia. Questa affermazione, se riscontrata, dimostrerebbe una volta per tutte che il duplice omicidio di Mogadiscio non fu conseguenza di una rapina finita male, non fu un fatto casuale. Dimostrerebbe che, in tutti questi anni, in tanti hanno avuto interesse a nascondere le ragioni del delitto. Anche personaggi seduti su scranni molto alti delle istituzioni di questo Paese. All’azione della Procura di Roma deve affiancarsi l’attenzione della pubblica opinione – che pure non ha fatto mancare negli anni la sua solidarietà ai familiari di Ilaria e Miran- e soprattutto l’impegno dei media. Non solo singoli o piccoli gruppi di giornalisti. Ma di una categoria intera, nella  consapevolezza che la battaglia per difendere il diritto/dovere di informare comincia dalla richiesta della verità, su questa e altre drammatiche vicende uguali a quella di Ilaria e Miran. Cosa è stato fatto, e quanto, non per “ricordare” e “commemorare”, ma per cercare o anche solo per chiedere la verità o seguire le tappe dell’inchiesta? Molto, sicuramente, ma si poteva, si può e si deve fare di più. Tutti i giorni. *

22 febbraio 2016

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